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IL GIORNO DEL RICORDO

il giorno del ricordo

Il 10 febbraio l’Italia celebra il Giorno del Ricordo, ricorrenza civile nazionale istituita con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, una delle pagine più complesse della storia del Novecento europeo.

La vicenda si colloca nel contesto della Seconda guerra mondiale e del suo immediato dopoguerra, all’interno di un’area di confine segnata da profonde fratture politiche, nazionali e ideologiche.

Il contesto storico

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, scatenata dalla Germania nazista e dall’Italia fascista, l’intera Europa fu interessata dal flusso, spesso obbligato, di milioni di persone che, a causa degli eventi bellici e delle nuove assegnazioni territoriali, furono costrette ad abbandonare i luoghi in cui avevano vissuto per anni.

Il processo interessò direttamente anche l’Italia, che con i Trattati di pace dovette accettare la perdita di territori un tempo italiani, comprese le zone dell’Adriatico orientale. Con il Trattato di Parigi del 1947 e il Memorandum di Londra del 1954, l’Istria, Fiume e la Dalmazia passarono sotto l’amministrazione della Jugoslavia.

Di conseguenza, la quasi totalità della popolazione italiana di queste regioni decise di abbandonare le proprie terre, anche per sottrarsi al nuovo regime comunista guidato da Tito.

L’assistenza ai profughi nel territorio materano

L’assistenza ai profughi istriani, fiumani e dalmati a Matera nel secondo dopoguerra fu gestita principalmente dall’Ente Comunale di Assistenza (E.C.A.), in collaborazione con organismi nazionali come l’Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati.

L’E.C.A. di Matera, istituito con la legge n. 847 del 3 giugno 1937, aveva il compito di fornire assistenza generica e immediata ai bisognosi. La documentazione relativa alla sua attività, comprensiva di deliberazioni e registri di assistenza, è oggi conservata presso l’Archivio di Stato di Matera e costituisce una fonte fondamentale per la ricostruzione delle storie degli esuli accolti sul territorio.

Caso 1 - Maria Masciandaro

La documentazione dell’E.C.A. di Matera consente di ricostruire la vicenda di Maria Masciandaro, costretta ad abbandonare Pola a causa della grave situazione politica determinata dalle decisioni della Conferenza dei Ministri degli Esteri di Parigi, che assegnò la città alla Jugoslavia.

Le carte attestano la residenza provvisoria a Matera della signora Masciandaro, arrivata in città nel luglio del 1946. Dai documenti emerge la richiesta di un sussidio in qualità di profuga, comprensiva del rimborso delle spese di viaggio.

La documentazione mostra inoltre l’impegno dell’E.C.A. di Matera a sostenere economicamente Maria Masciandaro e la sorella Laura, attraverso l’erogazione di una somma pari a lire 4.500 destinata al vitto.

Caso 2 – Leonardo D’Alessandro

Un ulteriore caso di sfollamento è rappresentato dalla vicenda di Leonardo D’Alessandro, avvocato, profugo giuliano insieme alla propria famiglia. La sua storia emerge dalle carte della Prefettura di Matera, relative al IV versamento concernente l’assistenza post-bellica.

D’Alessandro e la sua famiglia trovarono asilo a Pisticci, località che ospitò una consistente colonia di profughi giuliano-dalmati. La documentazione consente di ricostruire le modalità di assistenza, le richieste di sussidio e il riconoscimento ufficiale dello status di profugo.

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I provvedimenti legislativi a favore dei profughi giuliano-dalmati

Nel secondo dopoguerra lo Stato italiano si fece promotore di una serie di provvedimenti legislativi finalizzati a favorire interventi mirati a sostegno dei profughi giuliano-dalmati.

Tra le norme più significative si annovera il decreto del 3 settembre 1947, che riconosceva ai cittadini residenti nelle zone di confine il diritto a beneficiare delle misure previste in favore dei reduci. A questo seguì il decreto legislativo del 19 aprile 1948, che assegnava ai profughi giuliano-dalmati un sussidio giornaliero di 100 lire per il capofamiglia e di 45 lire per ciascun altro componente del nucleo familiare.

Un ulteriore intervento di rilievo fu rappresentato dalla legge n. 137 del 4 marzo 1952, nota come “legge Scelba”, che prevedeva l’assegnazione ai profughi del 15% degli alloggi di edilizia popolare realizzati dallo Stato e l’obbligo, per le imprese appaltatrici di opere pubbliche, di riservare il 5% della manodopera ai profughi assistiti.

La stessa legge stabiliva inoltre la concessione di licenze commerciali e l’iscrizione agli albi professionali per i profughi che, nei comuni di nuova residenza, intendessero riprendere le attività commerciali, artigianali o professionali esercitate nei territori di provenienza.

Una memoria documentaria

I documenti esposti forniscono una testimonianza preziosa della tragica vicenda vissuta dalla maggioranza dei cittadini di nazionalità e lingua italiana provenienti dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale e nel decennio successivo.

Si stima che il numero complessivo degli esuli istriani, fiumani e dalmati sia compreso tra le 250.000 e le 350.000 persone. Nell’immediato dopoguerra l’Italia si trovò ad affrontare una situazione di grave emergenza, caratterizzata dalla necessità di gestire l’arrivo di queste masse di profughi.

In una fase iniziale, gli sfollati giuliani furono assimilati agli altri “sinistrati” di guerra e posti sotto la competenza del Ministero dell’Assistenza Postbellica, istituito con decreto legislativo del 21 giugno 1945, n. 380, che garantiva un sussidio sufficiente alla sola sopravvivenza quotidiana.

In questo quadro di emergenza e di progressiva definizione delle politiche assistenziali, la documentazione prodotta dalle amministrazioni locali e centrali assume un valore centrale per la comprensione dell’esperienza dell’esodo. Le carte conservate permettono di seguire, caso per caso, le modalità di accoglienza, i percorsi amministrativi e le condizioni materiali di vita dei profughi nel territorio di destinazione.

Attraverso tali fonti è possibile cogliere non solo le dimensioni generali del fenomeno, ma anche le sue ricadute concrete sulle comunità e sugli individui, restituendo alla memoria storica una pluralità di storie che si intrecciano con le scelte dello Stato e con l’azione delle istituzioni nel secondo dopoguerra.

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