AMMINISTRAZIONE LIBERATA
Nel contesto della ricorrenza degli 80 anni dalla Liberazione dal nazifascismo, l’Archivio di Stato di Matera presenta la mostra digitale Amministrazione Liberata, che documenta il complesso e poco conosciuto processo di defascistizzazione delle amministrazioni pubbliche.
Attraverso documenti tratti dal Fondo Prefettura, scopriamo come, tra vincoli normativi e condizioni locali, l’apparato burocratico italiano tentò di rimuovere gli ingranaggi compromessi dal regime fascista. Una storia fatta di moduli, decisioni amministrative, ma anche di valutazioni soggettive e compromessi pratici.
Il Contesto Normativo
La defascistizzazione venne avviata formalmente con il Regio Decreto-Legge 28 dicembre 1943, n. 29/B, che sanciva la necessità di allontanare dalle pubbliche amministrazioni chiunque fosse stato coinvolto nel regime fascista.
Il decreto venne poi strutturato e reso operativo con il Decreto Legislativo Luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159, che istituiva le Commissioni di epurazione e forniva strumenti e criteri per giudicare i dipendenti pubblici.
Le autorità locali, come la Prefettura di Matera, ricevettero indicazioni dettagliate per far compilare appositi formulari e redigere relazioni individuali su ogni funzionario, valutandone comportamento, carriera e atteggiamento politico, prima e dopo il 25 luglio 1943 (giorno della destituzione di Mussolini).
Il Formulario
Il cuore dell’epurazione amministrativa fu un formulario dettagliato, da compilare per ogni dipendente. Esso includeva domande su:
- Eventuale appartenenza al Partito Fascista o alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.)
- Partecipazione alla marcia su Roma
- Incarichi ricoperti all’interno del partito
- Possesso della sciarpa littorio, simbolo onorifico conferito agli attivisti fascisti
- Condotte dopo l’8 settembre 1943 (data dell’armistizio)
Il Decreto del 1944 chiedeva anche di segnalare eventuali benemerenze antifasciste o atti di resistenza. Una sezione apposita consentiva ai dirigenti di esprimere un giudizio soggettivo, valutando eventuali “fazioni fasciste”, casi di malcostume o simpatia verso il nuovo ordine democratico. Le risposte servivano a stabilire se il dipendente fosse compromesso, oppure, al contrario, avesse mostrato opposizione o neutralità.
casi emblematici
Nel Comune di Garaguso, si segnala un solo caso rilevante: il medico comunale, ufficiale della M.V.S.N. e in possesso della sciarpa littorio. Tuttavia, viene giudicato non pericoloso perché non ha mostrato intemperanza o attivismo fascista. Questo dimostra come, spesso, i simboli fascisti non bastassero da soli per motivare una sospensione.
Anche a Tursi, il solo caso è quello del medico comunale, in possesso di sciarpa littorio. Ma il Sindaco sottolinea l’impossibilità di sospenderlo, poiché non ci sono altri medici in paese e l’unico sostituto è al fronte. Si sottolinea inoltre come il medico non abbia “svolto attiva azione politica” e si si sia dichiarato vicino ai nuovi valori democratici.
Il Consorzio Agrario Provinciale segnala due impiegati che risultano “squadristi”, cioè militanti delle prime formazioni violente fasciste. Tuttavia, il Direttore, tornato dal fronte, non è in grado di valutare le loro attività dopo il 25 luglio 1943. Uno dei due redige una dichiarazione difensiva, negando il possesso della sciarpa littorio, la partecipazione alla marcia su Roma, o qualsiasi incarico nel Partito Fascista. Questo caso mostra le zone grigie e le ambiguità del processo epurativo.
Le valutazioni soggettive
Il criterio decisivo per l’epurazione non era solo l’appartenenza al regime, ma anche l’“entusiasmo fascista” mostrato prima del 25 luglio 1943, e l’atteggiamento post-regime, che pesava moltissimo. Le valutazioni non erano automatiche. Le Commissioni dovevano stabilire se un dipendente fosse un entusiasta del regime, un simpatizzante silenzioso, oppure passivamente conforme.
L’articolo 13 del decreto del 1944 permetteva di valutare:
- Faziosità politica
- Malcostume amministrativo
- Collaborazionismo con i nazisti
- Partecipazione attiva alla Resistenza
Molte epurazioni furono bloccate da criteri flessibili, interpretati in chiave locale.
Bilancio di un’epurazione difficile
Il bilancio dell’epurazione fu, nella pratica, molto limitato. I documenti lo confermano: poche sospensioni, molte giustificazioni, e difficoltà logistiche a sostituire il personale compromesso.
La defascistizzazione fu quindi un processo incompleto, ma comunque un primo segnale del nuovo cammino democratico.
conclusione
La mostra digitale Amministrazione Liberata ci guida attraverso un momento cruciale della storia repubblicana: quando la burocrazia doveva farsi specchio di una nuova Italia.
Ripercorrere questi documenti è un modo per capire quanto fosse complicato liberare non solo il territorio, ma anche l’amministrazione pubblica, dalle radici del regime.
La defascistizzazione non fu solo una procedura burocratica, ma un passo cruciale per la costruzione di una nuova cittadinanza democratica. Una trasformazione lenta, spesso ambigua, ma necessaria per voltare pagina dopo il ventennio fascista.
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